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L'artista

MAX BI

Si posso sprecare tante parole per raccontare la mia storia artistica.

Posso perdermi nell’elencare i tanti maestri che mi hanno insegnato, guidato e accompagnato in una sorta di maieutica, estrapolando il sentire del mio animo, che nella pittura e nella scultura, ha trovato la sua forma di espressione prediletta.

E come la nostra anima è sempre alla ricerca talvolta spasmodica, talvolta timida, talvolta semplicemente curiosa del proprio sè, così nel mio percor- so artistico, che è sempre inesorabilmente all’inizio di qualcosa di nuovo, cammino lungo un sentiero, che mi porta alla scoperta di nuove forme d’arte, con le quali incarno il mio sentire la vita.

Una evoluzione continua, una ricerca continua, uno scoprirsi senza fine, at- traverso colori che incarnano emozioni, materia che plasma le forme del- l’animo, segni che sintetizzano l’essenza del sè.

Venuta la sera, mi ritorno in casa, et entro nel mio scrittoio; et in su l’uscio mi spoglio quella  veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente entro nelle
antique corti degli antiqui uomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che solum è mio,  e che io nacqui per lui…

(Niccolò Machiavelli, Lettera a Francesco Vettori, 1513)

Opere

JUNGLE

Max Bi, bresciano, classe 1973. Animato da un “nomadismo citazionista” l’artista ricrea i grafismi calligrafici dei writers, i loro tags, simili a grafemi primordiali, usando lo stencil e la bomboletta spray sulla tela grezza di iuta e traendo i suoi spunti figurativi dal panorama iconografico della Pop Art italiana, dalle maschere tribali di Paladino o dal graffitismo alla Basquiat, ma riletti in chiave informale.
Le ultime opere dell’artista discendono direttamente da questo filone espressivo, sviluppato tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000: esso mescola icone di noti loghi di multinazionali dal sapore Pop e segni grafici marcati alle sgocciolature di smalti lucenti, graffiti tribali realizzati a scritte di writers rese con informali mescolanze di polvere di alluminio, quarzite e sabbia impastata.
In seguito, nei primi decenni degli anni 2000, l’artista continuerà a fondere queste suggestioni formali con segni dalla forte valenza simbolica di origine ancestrale e stilemi impressi con lo stencil e la bomboletta spray all’interno di un denso substrato, composto da un agglomerato di pennellate nere e bianche stese con veemenza, per arrivare agli addensamenti di graffi ed escoriazioni sui muri delle città, ai tags dei writers, ai quali l’artista conferisce una connotazione materica, reinterpretandola con la tecnica, elaborata tra il 2003 e il 2008, dello strappo della iuta dal preparato di polvere di gesso, marmo o cemento steso sul muro, sul quale dipinge “a fresco”. Se la pratica dello strappo ricorda il décollage dei Nouveaux Réalistes, quella dell’affresco ci riporta ai primordi dell’umanità, come se l’artista volesse “impoverire i segni” per tornare a forme archetipiche della cultura.
Anche nelle ultime opere di Max Bi, si ritrova un denso panorama di simboli archetipici tratti dalla cultura underground che vanno a definire un panorama urbano “sotterraneo”, ricco di allusioni iconografiche al graffitismo e alla street art: in questo urban background, si stagliano animali definiti in modo fumettistico da cromie sgargianti e acide, tratti grafici sfrangiati e nervosi che, da sempre, sostituendosi all’intreccio di marcate linee nere sugli affreschi su iuta e sulle tele, in un’inesausta ansia di sperimentazione di nuovi linguaggi artistici, caratterizzano il suo modus operandi e il suo carattere irriverente, volto a corrodere abitudini e conformismi semantici.
L’artista ha esposto, in occasione di importanti mostre personali e collettive, a Parigi, a New York e, in Italia, a Villa Ponti ad Arona (No), al Palazzo Medici Ricciardi di Firenze, alla Torre Civica di Solferino (Mn), oltre che a Crema, Milano e Brescia. È stato, inoltre, vincitore, nel 2006, del Premio Homo Urbanus, indetto dalla Facoltà di Architettura di Palermo e finalista del Premio Celeste San Gimignano (Si).

Opere

Crittografie

Una delle sfide più stimolanti per un artista è trovare la cifra stilistica che lo contraddistingue; questo soprattutto se si trova a sondare e sperimentare la molteplicità di linguaggi espressivi che si sono susseguiti nella storia dell’arte contemporanea. Max Bi, raffinato conoscitore delle principali correnti che hanno attraversato il XX e il XXI secolo, ha raccolto questa sfida, riuscendo a elaborare, dopo vent’anni d’inesausta ricerca, un linguaggio espressivo inedito che combina, reinventandole, tecniche estrapolate da contesti storici lontani tra loro nel tempo e nello spazio.

Crittografie poiché il suo alfabeto formale può essere paragonato a un messaggio cifrato in quanto utilizza pratiche universalmente riconosciute dalla storia e dalla critica d’arte, come lo sono le lettere in un testo in chiaro, ma sovrapponendole e associandole tra loro per dare vita a una “cifra polialfabetica” dove gli alfabeti si mischiano.

Solamente i pochi eletti che possiedono le coordinate per decifrarlo potranno comprenderlo nella sua interezza, nella stratificazione di significati che è in grado di veicolare, non fermandosi solamente a un primo, anche se esteticamente molto ben riuscito, impatto visivo. Coloro che sono in possesso dei giusti riferimenti linguistici, che conoscono le metodologie utilizzate dagli artisti per esprimere i moti dell’anima e per farsi portavoce dello spirito del loro tempo, riusciranno a comprendere a fondo il fulcro dell’ispirazione e i contenuti che Max Bi ha voluto trasmettere, celandoli tramite l’uso di un’eterogenea varietà di tecniche nelle sue opere.

Daniele Colossi

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